Dance me to the end of love (racconto)

Non   c’è   nulla   nella   morte   che   ricordi   l’amore.   E   come   in   una   montagna   di   ricordi   solo  

contorcendosi dallo sforzo e dal tedio si riesce a estrapolare una parentesi di vera felicità, così in  

qualcosa di puramente fortuito e nettamente accidentale capita di vedere risvegliato in noi il più  

nitido   dei   desideri   insoddisfatti   che   una   giovinezza   segnata   dall’inappagamento   ha   lasciato  

penzolare nel vuoto della memoria come un segnale indecifrabile e minaccioso.

Ho visto il bicchiere cadere dal davanzale della finestra e infrangersi nella strada incandescente e 

deserta. La giornata era straordinariamente calda e nel mio appartamento c’era una aria che pareva 

non scendere mai del tutto giù dalla gola. Il legno del pavimento, penetrato dall’umidore forte 

dell’estate, emanava un odore di cartone bagnato. Io, per di più, avevo tirato il collo alla prima 

bordolese alle dieci del mattino e a mezzogiorno ero a metà della seconda e fu proprio allora che, 

appoggiato   il   bicchiere   di   vetro   infrangibile   sul   piano   di   marmo   della   finestra   quello   oscillò 

brevemente per finire giù nella strada. E mi affacciai e vidi quella miriade di cristalli sparsi come 

lacrime sull’asfalto insieme alla macchia di vino che in breve tempo scomparve lasciando soltanto 

un alone amaranto – e allora il mio braccio destro si contrasse in un piccolo spasmo e quello fu ciò 

che ora devo chiamare un ricordo e anche una premonizione. Poiché con esso aveva a che fare una 

stagione passata ma anche tutta un serie di eventi che sarebbero venuti dopo e di cui ho deciso di 

tacere. Ma non c’è nulla nella morte che ricordi l’amore. E quello era un ricordo d’amore e il fatto 

che l’amore appartenesse ormai alla preistoria di quella mia vita non implicava in alcun modo che 

nell’immagine che lo risvegliò vi fosse qualcosa di luttuoso. L’amore era l’amore, e apparteneva a 

un’era di felicità e coraggio, un’era in cui tutto – Barcellona, il vino, lo scrivere e persino la miseria 

– concorreva alla costruzione di un complesso amoroso. Di una stagione d’amore.

Non c’è molto da dire del mio primo incontro con Simona. Non ci fu nulla di particolarmente 

vivace ed eccentrico in quell’incontro. Niente di niente. L’amore venne dopo. E di quello vale la 

pena raccontare, di quello e della sua fine. Di una stagione che fu una perfetta stagione d’amore e 

che fu tale quando la vivemmo e così oggi che mi trovo costretto a ricordarla e che come tutte le 

stagioni dovette finire.

La vita che conducevamo era quella che avevo letto nei libri e mai come allora la mia vita somigliò 

alla letteratura e segnatamente alle mie scritture. Abitavamo in un bilocale non lontano dal Passieg 

de Gracia. Simona tirava avanti con una piccola borsa di studio e con i pochi soldi che i genitori le 

mandavano di tanto in tanto. Io ero persino messo peggio e se non sono morto di fame lo devo alla 

traduzione dei bugiardini di alcuni farmaci e alle poche riviste che mi davano qualcosa per i miei 

scritti. E la mia giornata era occupata dallo scrivere, nella speranza che un giorno o l’altro quello 

scrivere mi avrebbe dato di che campare. Ciò, per inciso, non accadde mai. Ma questo riguarda il 

dopo, quando la stagione d’amore era già finita ed erano già subentrati la rassegnazione prima e il 

ridimensionamento poi.

I nostri pasti perfettamente miseri sono una delle cose che ricordo con maggiore gioia. Sulla nostra 

tavola meno di un metro per uno c’erano minuscoli cartocci di ogni cosa e un pranzo era spesso 

costituito da una fetta di salame, un cucchiaio da caffè di queso fresco e mezzo panino.  Il vino, 

però, non mancava mai, ed era sempre fresco e leggero.

La mattina mi svegliavo presto e quasi tutti i giorni riuscivo a prepararmi la colazione con una tazza 

di surrogato di caffè e gli avanzi della cena precedente. Mi facevo una doccia e mi recavo in 

qualche posto a scrivere. Se avevo qualche soldo andavo in un bar non lontano da casa, ordinavo un 

caffelatte e me lo facevo bastare fino all’una, dandomi la regola di concedermi un sorso solo dopo 

aver riempito almeno tre pagine del mio quaderno che spesso era un semplice quaderno da scolaro e 

qualche volta un’agenda di anni passati. Quando non avevo soldi andavo in una piccola biblioteca di 

quartiere dove approfittavo di una Olivetti a disposizione degli utenti e della carta da riciclo di cui si 

poteva usufruire liberamente. Molti miei dattiloscritti di allora recano sul retro scritture di ogni 

sorta, schede di libri catalogati, comunicazioni ai dipendenti, annunci affissi sulla porta.

Simona si alzava un po’ più tardi, intorno alle otto e mezza. Si scaldava un po’ di caffè e mangiava 

quel che mi premuravo di farle avanzare. Si recava poi in un’altra biblioteca più grande della mia di 

cui non ricordo il nome dove per qualche ora faceva le sue ricerche. Rientrava a casa intorno 

all’una, dopo esser passata dal mercato ortofrutticolo del quartiere in cui lavorava. Io rientravo una 

mezzora più tardi e buttavo giù quel che c’era insieme a un paio di bicchieri di vino leggero e 

fresco. Durante il pranzo parlavamo sempre e a lungo e non credo di aver mai conosciuto un essere 

umano, nemmeno il più caro degli amici, con cui abbia parlato tanto frequentemente e tanto a 

lungo.   Nel pomeriggio lei si aggirava per la città per tirare su qualche soldo vendendo torte ai 

ristoranti, lavorando qualche ora in una birreria, dando lezioni d’inglese o in centinaia di altri modi. 

Io rimanevo a casa dove correggevo e ribattevo a macchina quanto scritto al mattino. Fino alle 

cinque, quando anch’io uscivo a rimediare qualcosa nei bar, nei cantieri o in centinaia di altri luoghi. 

La cena, in confronto al resto, era sempre un banchetto. E il vino abbondava fresco e leggero.

So che non è possibile che facessimo l’amore tutte le sere. Eppure non ricordo di aver passato una 

notte senza fare l’amore con Simona e ho in mente in modo chiarissimo quelle notti in cui per la 

stanchezza  e la  fame facevamo  l’amore  piano piano,  per non affaticarci e non indolenzirci, in 

particolare quando durante il giorno lei aveva trottato per la città alla disperata ricerca di qualcosa 

che somigliasse a un lavoro, oppure quando io avevo trovato da faticare qualche ora in un cantiere e 

mi ero spezzato la schiena per una manciata di banconote così esigua che oggi non l’accetterei 

neppure per stare un quarto d’ora a guardare un muro bianco. Dopo l’amore Simona andava al 

lavandino a sciacquarsi e quasi sempre si accendeva una sigaretta che fumava affacciata alla finestra 

e quando anch’io avevo finito di lavarmi mi passava la cicca e si metteva a letto e nonostante fosse 

stanca e assonnata non si addormentava mai fino a che non la raggiungevo e parlavo ancora qualche 

minuto con lei. Non saprei dire di che cosa parlassimo ogni giorno e così a lungo, e non me ne 

importa niente. Delle conversazioni che ho avuto con altre donne della mia vita, e in genere con 

altri   individui   che   hanno   avuto   per   me   una   qualche   importanza,   ricordo   molte   cose.   Ma 

evidentemente mi piaceva così tanto parlare con Simona che quello di cui si parlava non aveva 

nessuna importanza. La sua voce era per me quello che dev’essere per un neonato la voce della 

madre. E la cosa che più ci premeva era smettere il più tardi possibile.

Ci fu un anno di quello che allora chiamammo benessere. Fu quando una rivista meno piccola  e 

codarda delle altre mi commissionò una sorta di romanzo di appendice o di serie narrativa.  In quel 

periodo fu la cosa più vicina a un lavoro stabile che mi sia capitata, anche se quello che allora 

guadagnavo in un mese oggi lo prendo pigramente in tre giorni di lavoro. Ma l’oggi, come ho già 

lasciato intendere, non è che il livido cielo capovolto della beatitudine di allora. In estate facemmo 

addirittura una piccola vacanza. Con un treno, alcuni autobus e un po’ di autostop riuscimmo a 

raggiungere Saintes Maries de la Mer, in Camargue, dove piantammo la canadese prestataci da un 

amico in un campeggio mediocre e rovente vicinissimo al mare. Facemmo amicizia con i nostri 

vicini, una coppia di italiani che qualche volta ci prestavano la loro bicicletta con la quale, in due, 

percorrevamo sotto il sole cocente le strade semiasfaltate della regione fino a raggiungere uno di 

quei casotti di legno tipici della zona dove uomini dalla pelle rovinata dal sole e dal vino vendono 

qualunque cosa. Lì ci sedevamo in mezzo agli sciami di zanzare e alla puzza di sterco di cavallo e di 

toro e ci facevamo servire un po’ di tutto, dai meloni alle albicocche alle sigarette al formaggio e al 

salame, bagnando i nostri banchetti con un vin de sable che sembrava fatto apposta per noi e che 

ricordava i vini freschi e leggeri di Barcellona.

Allora,   più   felici   e   sudati   e   leggeri,   tornavamo   al   campeggio   e   con   l’impazienza   dei   bambini 

andavamo a tuffarci nel mare caldo e limpido. Simona, poi, si sdraiava sulla sabbia e schiacciava un 

sonnellino mentre io rientravo alla tenda, prendevo la mia attrezzatura e mi mettevo a pescare 

seduto sugli scogli intorno al lido. I miei compagni di pesca abituali sanno che pescatore incapace e 

sfortunato io sia, quindi non mi crederanno, ma durante quella vacanza non passò giorno che io non 

tirassi su un paio di succulenti bestioni  che subito sbattevo e pulivo. Poi tornavamo al campeggio, 

ci facevamo una doccia fredda e insieme grigliavamo il pesce sulla brace comune. Mangiavamo con 

i nostri vicini, che gradivano la nostra mensa e di loro ci mettevano il vino. Dopo aver lavato i piatti 

all’acquaio, restavamo con loro a goderci l’aria fresca della sera e a parlare tanto e bene, finché non 

ci rintanavamo nella canadese per fare l’amore, con la gioia straordinaria di chi sa che il giorno 

dopo ne avrà ancora abbastanza per fare tre pasti e per essere felice di non dover morire.

Mentirei se dicessi che tra noi non c’erano litigi, e mentirei ancora di più se volessi sostenere che i 

nostri litigi non ebbero nulla a che fare con la fine di quella stagione d’amore. E non so se è ora di 

parlare di Mrs Cohen, un’americana sulla quarantina che conobbi alla mostra di un amico e che mi 

introdusse nel mondo, nelle pose e nelle atmosfere dei ricchi. Mi insegnò la lentezza, il reclinare la 

schiena e l’accavallare le gambe sedendo su una poltrona comoda, il trattare le centinaia come unità 

e in genere tutto quello che ha corrotto e maledetto la mia vita. Se Simona potesse sentirmi adesso 

griderei la verità. Che non ho mai provato alcun interesse per quella sbruffona canadese con le 

gambe corte e che adesso maledico l’attrazione che provai allora per quel mondo, quelle pose e 

quelle atmosfere che attrassero e risvegliarono la parte peggiore di me.

Ma forse tutto questo non c’entra. Prima di Mrs Cohen e del resto, litigavamo solo per le piccole 

cose, ma erano litigi lievi e appassionanti, in cui la rabbia era onesta e intensa e non si avvertiva 

nessuna sensazione di pericolo e si litigava così, senza la paura né il desiderio di smarrirci, solo 

perché la vita era anche quello.

Se dovessi richiamare dall’archivio un’istantanea della felicità questa ritrarrebbe me e Simona che 

leggiamo. La domenica, mentre gli  altri s’indaffaravano in mille modi per esorcizzare il tempo e 

imporgli il ritmo della produttività, noi passavamo l’intera giornata a leggere. Simona di solito 

rimaneva direttamente a letto, si sistemava due cuscini dietro la nuca e piegava le gambe sollevando 

le ginocchia e in questa posizione poteva leggere per ore. Io invece ero più inquieto. Iniziavo a 

leggere   seduto   al   tavolo   da   pranzo,   poi   mi   spostavo   ai   piedi   del   letto,   sedendomi   a   terra   e 

appoggiando la testa al bordo del materasso e infine, dopo aver letto per alcuni minuti camminando 

per la stanza, mi ritrovavo sdraiato accanto a lei, che generosamente mi passava uno dei cuscini.

Poiché tutta la settimana, soprattutto per lei, era normalmente dedicata alla lettura di saggi, la 

domenica era il giorno dei romanzi. Simona era appassionata di letteratura americana e divorava 

romanzi di Philip Roth, Saul Bellow e Paul Auster. I miei gusti erano più lunatici. Ricordo intere 

stagioni di Simenon, intere stagioni di Thomas Bernhard, intere stagioni di Hemingway, intere 

stagioni di Tommaso Landolfi. Di rado ci lasciavamo scappare un commento sulle nostre letture. 

Capitava semmai che io leggessi uno dei suoi libri, più raramente che lei leggesse i miei.  

Spesso non pranzavamo nemmeno, bevevamo una tazza di tè e mangiavamo frutta e fette di pane 

senza niente. Quando potevamo permettercelo, verso le sette del pomeriggio scendevo a comprare 

due birre fresche, che bevevamo parlando e fumando di fronte alla finestra.

L’amore era immanente e terrestre, non c’era nessuna maledetta differenza ontologica tra l’amore e 

i nostri piedi che si sfioravano sul letto, mentre  Nathan  Zuckerman litigava con suo padre e il 

cappellaio della Rochelle camminava furtivamente per le strade deserte. L’amore era  , forte come 

e più della morte, tenace come e più dell’inferno.  

Anche Simona, a suo modo, subì la fascinazione del mondo vile e seducente del benessere e iniziò 

ad accavallare le gambe e a reclinare la schiena. Una baldracchetta catalana, anche lei con le gambe 

corte, prese a invitarla a tutta una teoria di serate, cene e feste.

Nel circolo della catalana si distingueva per esuberanza   uno smilzo rappresentante italiano, che 

commerciava   qualcosa   che   non   ricordo   (sono   indeciso   tra   orologi   e   ortaggi).  Anche   per   lui, 

incredibile, un orrendo paio di gambe corte. Ebbi modo di parlarci una sera che   finii anch’io in 

mezzo a quel branco di bestie addomesticate dalla viltà, ma nondimeno feroci. Eravamo nella hall 

di un hotel sulle Ramblas e i camerieri servivano a ripetizione piatti di ostriche, cocktail di gamberi 

e bicchieri di Philipponnat. La mia concentrazione durante la serata si era posata soprattutto su 

Simona, che vedevo irriconoscibilmente a suo agio ascoltando facezie d’ogni genere e ricambiando i 

volgari sorrisi con volgari sorrisi. Mentre Simona e la catalana si  erano ritirate in bagno – andare in 

bagno in compagnia: un’altra cosa che non le avevo mai visto fare – mi ritrovai spalla a spalla con 

quel tale che ancora tossicchiava una risatina strozzandosi il gargarozzo con un sorso di champagne 

andatogli di traverso.  Avvertivo nitidamente, sotto le dita, il desiderio di stenderlo con un pugno, 

ma al contempo sapevo che se avessi fatto una cosa del genere Simona si sarebbe risentita, e allora 

io mi sarei risentito del suo risentimento e sarebbe stata la fine di tutto. L’ometto ingurgitava le 

huitres dal suo piattino con lo stile con cui, c’era da scommetterlo, vuotava quotidianamente ciotole 

di pasta e ceci e di pane e salsiccia. D’altro canto, c’è da dirlo, se io mangiavo con maggiore 

parsimonia e maggiore eleganza era soltanto perché le cinque ostriche che mi trovai sul piatto 

superavano di gran lunga, per volume, ciò che di solito chiamavo un pasto. Vuotai qualche bicchiere 

e avviai con lui quella che si dice una conversazione del tutto amichevole. Non ricordo che cosa ci 

dicemmo, ma non mi tolgo dalla testa la sua voce sciatta, strascicata, il suo abusare di parole che lo 

dispensassero dal prendere sul serio qualsiasi argomento – mah, boh, eh, sai!… –, i suoi riccioletti 

appiccicosi e composti tutti adesi alla forma del cranio. Ma di quello che disse non m’è rimasto in 

mente nulla, fatta salva la frequenza con cui accennava alla sua macchina e ricordo che questo fece 

crescere in me la voglia di stenderlo e di vederne il sangue uscire dalle narici e dalle gengive. E 

questo non per il fatto che io una macchina  non ce l’avevo e non ne avrei avuta alcuna per molto 

tempo, ma perché era una cosa anomala, per me, e minacciosa, una cosa che minacciava di incrinare 

tutto il mio sistema della felicità. E non sarei onesto se non dicessi che, in fondo, se desideravo 

battermi con il piccolo uomo di commercio non era perché lo detestavo, ma perché detestavo il 

modo in cui quel mondo stava entrando in contatto, in collisione col mio. Di ciò, se posso dirlo, io 

ebbi coscienza fin dall’inizio, mentre Simona no.

Ormai mi sono infilato nella narrazione della fine. E in fondo mi spiace, perché qualcosa ancora di 

quella stagione d’amore dovrà rimanere privo di menzione. Ma il demone della ricchezza entrò in 

modo così feroce nella nostra vita che anche adesso che mi trovo a ricordare quel periodo è bastato 

richiamare la sua comparsa per far passare tutto il resto in secondo piano. Vedete allora che non c’è 

niente nella morte che ricordi l’amore.

Com’è stato possibile, mi chiedo ora con insistenza, che un insieme di fatti, pose, e uomini che solo 

pochi mesi prima sarebbe stato così estraneo al nostro sistema di felicità e passione in poco, in 

pochissimo tempo sia stato in grado di mandarlo a gamballaria? Quanto è fragile il nostro intessere 

relazioni e quanto sono fiacchi i vincoli grazie ai quali ci orientiamo nella vita?

Lo stesso crogiolarmi in queste domande è una cosa che allora non avrei mai fatto. E’ un segno 

della mia sopraggiunta viltà o forse solo l’emisfero più livido di quella specie di saggezza che si 

acquisisce invecchiando, come contropartita della disillusione e del rimpianto.

«Io dico che va bene così com’è»

«Allora non capisci. Io non posso più vederlo così. Mi sono proprio stancata di vederlo così»

«Ma che te ne importa?»

«Me ne importa! Devo forse rendertene conto?»

«Non ti arrabbiare»

«Non sono arrabbiata. Ma non puoi voler sempre lasciare tutto così com’è. Proprio non capisci»

«E’ vero. Non capisco. Cazzo, non capisco»

«Ora sei tu che ti arrabbi»

«No, non sono arrabbiato»

«Invece sì. Dovresti sentirti»

«Non è vero. Guardami. Non è vero»

«Invece sì. Tu mi detesti. E smettila di toccarmi. Oggi non mi toccare»

«Va bene».

Stavamo parlando del letto. Quando ci trasferimmo in un nuovo bilocale, vicino alla spiaggia, 

Simona voleva un letto nuovo e io invece non volevo comprare nessun mobile. Bastava questo, 

ormai, a riempirci di collera. E a renderci così vili e aggressivi. Un letto. Un cazzo di letto. Perché 

voleva a tutti i costi quel cazzo di letto? 

Insomma, lo so che il letto non c’entra niente. Era una cosa come un’altra, un oggetto che la nostra 

viltà riuscì a caricare di quella che qualche sprovveduto chiama “energia negativa” e che io non so 

come chiamare. Ricordo di un episodio di quando ero bambino che non mi è mai uscito di testa. I 

miei   genitori   guardavano   la   televisione   e   mio   padre,   en   passant,   commentò   la   notizia   della 

separazione di due cosiddette celebrità (se non erro, lui uno sportivo, lei una cantante). Non più di 

trenta secondi dopo mio padre aveva già preso le difese della donna e mia madre quelle dell’uomo. 

Cinque minuti dopo si stavano tirando addosso tutto quello che gli capitava a portata di mano. Un 

anno dopo, se dio vuole, si erano già separati. Ecco: la storia della cantante e dello sportivo è come 

quella del nostro letto. Un anno dopo, in effetti, eravamo già separati. 

Lo sviluppo dell’individuo, in ogni specie ma in particolare in quella umana, è raffigurabile come 

un   processo   di   continuo   indebolimento   e   disintegrazione,   dalla   solida   unità   dell’embrione   alla 

senilità di un corpo e di un’anima del tutto estraniatisi l’uno dall’altra. Ma anche questa è solo una 

raffigurazione cui non corrisponde, nella vita, nessuna verità. Non ho mai trovato un’affidabile 

raffigurazione del progresso di una vita. Mi appendo per questo alla verità dei fatti, o almeno di 

quei fatti che tanto hanno scosso il nostro sentire da divenire indubitabili. Ciò che è vivace e onesto 

è felice, e ciò che invece disperde la materia della passione nella stringa del riflettere è infelice. 

L’amore ha a che fare evidentemente con questo e con quello. Perché le stagioni d’amore finiscono, 

e il fatto che finiscano fa tutt’uno con l’amore. E in fondo anche questo algoritmo non va preso 

troppo sul serio. Perché anche nel riflettere c’è felicità, se non altro quella felicità che provavo da 

bambino quando risolvevo un problema di matematica. E ciò che è vivace e onesto può essere un 

inferno. E poi cosa è veramente onesto? Solo il dolore. E non sempre. Dove sono andato a finire?

«Volere» e «potere», ecco le parole che hanno fatto a pezzi quel nostro mondo. Attenzione però, 

non c’entra molto il problema filosofico della libertà del volere o del rapporto – nell’uomo e in dio 

– tra volontà e potenza. Dico piuttosto dell’effetto stregonesco che le semplici parole «volere» e 

«potere» hanno sulla conversazione tra due persone che fino a un certo punto della loro vita si sono 

intese perfettamente e quasi mai hanno avuto motivo di radicale e profondo dissenso.

Il cuore dei nostri litigi di allora, intendo nella fase finale di quella nostra stagione d’amore, era 

sempre   lo   stesso.   Io   dicevo   di   non  poter  rifiutare   un’offerta   di   lavoro   –   ottenuta   grazie   alla 

mediazione di Mrs Cohen – che mi avrebbe portato lontano da Barcellona per qualche settimana. E 

lei, puntuale: «non è che non puoi, tu non vuoi rifiutarla». Lei non poteva ignorare un certo invito 

della catalana, perché avrebbe conosciuto persone importanti che l’avrebbero aiutata a ottenere una 

borsa di studio eccetera eccetera e io immancabilmente, come la marionetta di un ventriloquo 

cretino: «lo sai che puoi dire di no, il fatto è che non vuoi». I litigi peggiori erano quelli in cui tutto 

questo   avveniva   in   un   clima   di   apparente   e   ostentata   serenità,   tra   due   persone   sedute   che, 

accavallando lentamente le gambe e reclinando lentamente la schiena, sorridendo malevolmente si 

scambiavano con un filo di civilissima voce questi pezzi di bravura e di crudeltà. Nei momenti in 

cui ripenso con maggiore malinconia e minore lucidità a quei giorni, mi capita di dirmi che forse se 

una sola volta ci fossimo azzuffati, picchiati, persino feriti tutto quel periodo si sarebbe trasformato 

in qualcosa di diverso, in una versione dilatata nei nostri  litigi abituali, e che dopo la fase della 

crudeltà e del livore sarebbero seguiti il rimorso, la compassione, l’amore. Sì, questo l’ho pensato 

spesso. Ringraziando il cielo non mi sono mai preso troppo sul serio e non ho mai picchiato una 

donna, e solo raramente ne ho prese da una donna. E in fondo non credo alla verità rivelata della 

farsa italiana, all’amore manesco e felice delle commedie, alle storie di vecchi consorti riottosi e 

affiatati. Le mie sono solo ipotesi formulate per accendere la speranza là  dove non ve n’è più e 

fanno tutt’uno con l’atto della memoria che richiama a sé quella stagione d’amore: se avessi fatto, 

se avessi detto… senza questi penosissimi «se» non ci sarebbe nemmeno il ricordo dell’amore, di 

Barcellona, dei pasti miseri e felici, delle domeniche di lettura. Quando riuscirò a ricordare quei 

fatti senza l’inserto penoso di quelle ipotesi sarò di nuovo felice. O rincretinito. 

Scommetto che Simona è ancora convinta che l’abbia fatto apposta. Che stessi sospettando qualcosa 

e che la tenessi d’occhio. Ma giuro che quel giorno fu davvero in modo repentino e immotivato che 

decisi di rientrare nella nostra nuova casa vicino al mare per scrivere lì anziché al caffè o in 

biblioteca. In molte commedie cinematografiche – che in fondo mi piacciono – l’epifania di un 

tradimento   è   rappresentata   da   un   percorso   attraverso   stanze   e   corridoi   accompagnato   da   un 

crescendo di segnali acustici dell’accoppiamento. Noi però abitavamo in un bilocale e a dividere il 

piccolo soggiorno con cucinotto dalla stanza da letto c’era un arco senza porta. Quindi, quando 

entrai, la scena mi si parò davanti in modo immediato. Simona era seduta sul letto, fumava una 

sigaretta con i gomiti appoggiati alle cosce nude. Fumava e guardava il muro davanti a sé, distratta 

e credo annoiata. Disteso sul letto, il commerciante di orologi o di ortaggi sulle prime nemmeno si 

accorse nella mia comparsa e continuò a vantarsi del modo in cui era riuscito a fare una certa cosa 

che non ricordo. Teneva la gamba destra piegata, sollevando il ginocchio, ma ciononostante non mi 

fu risparmiata l’immagine del suo sesso – posso dirlo? – smilzo e ciondolante, triste almeno quanto 

il suo fiero possessore. Non dissi nulla. Sedei al tavolo da pranzo e addentai una mela che avevo 

comperato rientrando a casa. Simona rimase immobile sul fondo del letto. Non vidi sul suo volto 

ombra d’imbarazzo o di vergogna, e a pensarci bene questa fu una delle cose che mi infastidì di più. 

Solo il piccoletto andò su di giri. Si vestì rapidamente – dimenticandosi il preservativo infilato nel 

suo cosino intraprendente – e iniziò a bofonchiare imprecazioni. Era evidente che la cosa che gli 

dispiaceva di più era non avere nessun ruolo in quello che stava per avvenire. Per questo, credo, mi 

si avvicinò e mi disse, rivolgendomi uno sguardo assai adulto, che mi pregava di essere delicato nei 

suoi confronti, dal momento che – questo davvero mi stupì – era sposato e stava per nascere il suo 

secondogenito.

Nell’immaginario collettivo quella di tirare un pugno in modo affatto repentino e imprevedibile 

viene rappresentata come un’esperienza pienamente appagante. E per me è stato proprio così. Non 

ero rabbioso e dopo averlo colpito non ho desiderato insistere. Per di più quello era al massimo il 

quinto pugno che tiravo in tutta la mia vita, infanzia inclusa. E non sarei onesto se dicessi che a 

spingermi  a farlo fosse un sentimento di giustizia. Era, semmai, una percezione di legittimità: 

finalmente potevo colpire quella nullità senza che nessuno me ne chiedesse conto. E lo colpii. E ne 

vidi il sangue. E se ne andò. E non ho mai più saputo nulla di lui.

Simona, però, rimaneva lì. E finita la mia esibizione pugilistica mi ritrovai col problema di dover 

parlare con lei che nel frattempo era rimasta esattamente dov’era, e potrei giurare che, poco prima 

che le rivolgessi lo sguardo, stava sorridendo della scena a cui aveva assistito. Ma allora perché era 

finita a letto con quel tizio? Ero talmente impreparato alla cosa da non sapere nemmeno cosa fossi 

legittimato a dire, a recriminare, a pensare. Non eravamo coniugi, non solo non lo eravamo in senso 

istituzionale,   ma   nemmeno   in   un   qualche   senso   che   avessimo   mai   chiarito,   discusso,   né 

allegorizzato parlando d’altro. Ero deluso, questo sì, e ferito. E Simona stava lì apparentemente 

imperturbabile o forse davvero imperturbata, come a dirmi che tutto ciò che era venuto prima era 

stato da  lei  percepito come coerentemente propedeutico al suo rendez-vous con il mercante di 

orologi o ortaggi. Sì, era proprio così; per lei essersi trastullata con il triste gingillo di quel volgare 

figuro era qualcosa che si sottraeva a ogni questionabilità – e certo era qualcosa che non doveva 

essere giustificato.

Io mi alzai dal tavolo, mi avvicinai al mobile della cucina e mi versai un bicchiere di vino rosso. Ne 

bevvi un sorso, e un altro, e infine afferrai il bicchiere una terza volta e lo scaraventai a terra e il 

bicchiere s’infranse in una miriade di cristalli e il vino formò una macchia amaranto al suolo.

Vidi Simona un’altra volta qualche giorno dopo, a casa. E facemmo l’amore per l’ultima volta, 

come capita quasi sempre anche agli altri. Poi fumammo una sigaretta e ci sdraiammo insieme sul 

letto. Lei intonò distrattamente una canzone italiana che ci piaceva tanto. E mentre lei cantava, io 

uscivo dalla stanza, e nulla seppi mai più di lei.

Mb 8.12.2012