Fischia il vento (Racconto)

Si svegliò all’alba. Spalancò gli occhi all’improvviso e affrontò la consueta traversata dal sonno alla veglia: prima la sensazione di non respirare, di avere la gola chiusa, poi il disorientamento, gli interminabili istanti in cui non sapeva che ore fossero, dove si trovasse e talvolta perfino quale fosse il suo nome – un nome che pure era noto in tutto il mondo libero. Infine la penosa percezione del sudore che gli imperlava la fronte e abbondava dietro la nuca, inumidendogli la parca zazzera di capelli intorno alla pelata bianca. Compì il gesto spontaneo e rituale di prendere gli occhiali, i suoi occhiali dalla spessa montatura marrone, e di infilarli. La camera d’albergo era in disordine. E  lui odiava il disordine. Del suo senso della disciplina si parlava già in un vecchio dossier dei servizi segreti statunitensi. Eppure non era quello che si dice un uomo ordinato. Era stato lui d’altronde a lasciare gli abiti appoggiati un po’ ovunque, la valigia aperta accanto all’armadio, i fogli della sua relazione accatastati sopra il piccolo scrittoio. Ma la vista di una stanza disordinata – di qualunque cosa che non fosse al suo posto – gli dava la nausea. Gettò uno sguardo sulla giovane donna che dormiva al suo fianco – come accidenti si chiamava? Rachele… no, Gessica… oppure Linda? Non era bella come la sera prima. Dormiva con addosso solamente gli slip, a pancia in giù, con le gambe scomposte e la folta chioma scura scapigliata fino a coprirle tutto il viso. E non emanava più l’afrore dolce e fresco che aveva addosso poche ore prima, quando lo aveva intercettato durante la cena. Quel profumo si sentiva ancora, ma mescolato a un misto di champagne maldigerito, sudore e sperma. 

Si alzò, calzò le pantofole e così com’era, in boxer e canottiera, sedette allo scrittorio e rilesse le prime battute della sua relazione. Di tanto in tanto, mentre leggeva, si annusava le ascelle, adesso asciutte ma ancora malodoranti. Le uniche cose in ordine nella stanza erano un abito nero, una camicia bianca e una cravatta rossa, appesi compostamente alla maniglia dell’armadio dentro una busta di cellophane, e tre garofani rossi infilati in un lungo bicchiere, per metà colmo d’acqua, appoggiato al centro di una cassettiera. 

Rilesse tutta la relazione. Era buona. C’aveva lavorato per cinque giorni, insieme ai suoi collaboratori. Ma c’era il fatto e non poteva non essere affrontato. La cosa lo metteva in grande difficoltà. Cosa doveva fare? Assecondare il suo spirito più intimo e timido, lasciarne emergere la gentilezza? Oppure sfamare il suo popolo, ruggire insieme a loro, trasformare quell’ospite mansueto e schivo – ma lo era davvero? – in un nemico del bene comune, proprio di quel bene comune che sembrava quasi incarnare, tanto quanto lui sembrava incarnare il potere, il bene personale e privato? Lo invidiava non di rado, quel suo avversario così esile, attraente proprio per la sua apparente ritrosia, per i suoi abiti lisi, per un magnetismo tutto intellettuale. Lo invidiava per almeno due ragioni. La prima era che quel piccolo, smilzo dirigente politico guidava la più grande ed efficiente macchina organizzativa dell’Europa occidentale eppure non doveva fare i conti – o almeno così lui immaginava – con la frustrazione del potere, con tutti i piccoli notabili, con le interminabili scaramucce tra signorotti, con giovani donne come quella che dormiva a pochi metri da lui e che di lì a poco si sarebbe svegliata, gli avrebbe magari offerto di nuovo il proprio corpo o più sbrigativamente le proprie labbra per poi tornare alla carica qualche giorno, se non qualche ora dopo, per chiedergli qualcosa. Ma la seconda ragione era più radicale e frustrante. Lo invidiava perché era in fondo il rovescio di ciò che appariva. Perché proprio lui, con la fama del piccolo grande uomo ritroso, era in realtà un vivace oratore, sopportava il dibattito pubblico, il confronto, perfino la schermaglia uscendone asciutto e immutato; mentre lui, che nell’immaginario comune doveva essere il barone rampante del potere, in realtà soffriva ogni sortita, sudava copiosamente a ogni dibattito televisivo, al termine di ogni comizio. Doveva alzare la voce, spesso, ma solo per non farne sentire l’intimo tremore. E il suo sorriso, cui pure non mancava un certo appeal, era spesso forzato, innaturale, tanto quanto era spontaneo e fisiologico quello del suo rivale.

Allontanò di scatto la sedia dallo scrittorio, prese una sigaretta al mentolo, la accese e fumò per alcuni minuti, grattandosi la fronte, finalmente asciutta, con la mano sinistra. Al suo solito non terminò la sigaretta. Dopo qualche boccata la spense nel posacenere, già stracolmo di lunghi mozziconi bianchi. Afferrò la stilografica e aggiunse un brano a margine delle prime battute del testo. Lesse di nuovo, immaginando come proferire quelle parole, con lentezza, isolando paratatticamente le proposizioni ed esibendo un sorriso generoso. 

Mi dispiace, mi dispiace davvero, dovermi dissociare dalla reazione di compagni che so essere stati mossi dalla sola passione e dal solo essere pienamente persuasi di quello che stiamo facendo. Ma come riformisti, come come veri riformisti, noi non anteponiamo mai le ragioni della politica, o del partito, a quelle dell’umanità. E quando degli  esseri umani, per di più dei galantuomini, entrano nella nostra casa come ospiti, noi dobbiamo e dovremo sempre accoglierli come tali, anche se non soprattutto quando dissentiamo dal loro pensiero e dal loro operare politico.

Era ora. Bevve una lunga sorsata di acqua frizzante direttamente dalla bottiglia, appoggiata sullo scrittoio. Fin dal risveglio aveva la bocca impastata, ma oltre alla vischiosità della saliva c’era quel sapore indescrivibile, una specie di retrogusto rugginoso ma non sanguigno, che sembrava venire più dalle narici che dall’esofago. Dopo aver eruttato, si alzò di scatto, quasi a voler sottolineare platealmente un passaggio di stato tra il pigro trascinarsi della prima ora di veglia e il successivo mettersi in marcia verso quella giornata così importante. Si fece una lunga doccia, caldissima. Spannò lo specchio con l’asciugamani e si fece la barba. Pettinò i pochi capelli, ancora scuri, e li fissò con una rapida passata di lacca. In accappatoio, con i piedi nudi, rientrò nella camera da letto, respirandone con fastidio l’aria pesante e odorosa. Il sapore di ruggine tornò a farsi sentire, ancora più denso. Era un maggio spiacevole, freddo e piovoso, e quando tirò la tenda Verona gli si stagliò davanti grigia e algida. Si vestì rapidamente e insieme facendo attenzione ai dettagli. Mise due gocce di profumo sui polsi e sul collo e, calzato un paio di mocassini neri e lucidi, uscì per la colazione. La donna dormiva ancora nel letto. 

Nel corridoio ci fu un piccolo incidente. Da una stanza poco distante dalla sua vide uscire un uomo, un uomo che conosceva. Era un agente di commercio, che lavorava a Milano per conto di una cooperativa sarda diretta da un suo amico di vecchia data. Era quasi sicuro di averlo raccomandato lui stesso, quell’uomo, dietro segnalazione di un dirigente politico di Sassari. Aveva all’incirca la sua età ed era calvo come lui. Ma aveva uno stile diverso dal suo. Portava la barbetta incolta e nonostante il grigiore dei pochi capelli rasati e dei peli del viso, esibiva quasi con orgoglio un esecrabile aspetto giovanile. Era sempre abbronzato, sul serio, non ricordava di averlo mai visto senza tintarella. Aveva un fisico tanto severamente asciutto, di un’asciuttezza frivola e romagnola, quanto il suo era dolcemente molle e tondeggiante, domestico e metropolitano. I suoi occhi erano chiari, troppo vicini tra loro, liquidi e inintelligenti, tanto quanto i suoi, scuri dietro la montatura degli occhiali, erano asciutti, indomiti e ficcanti. Quando incrociò il suo sguardo, l’uomo gli sorrise e gli fece una strizzata d’occhio dal chiaro significato cameratesco, significato che si chiarì pochi istanti dopo, quando una donna dai lunghi capelli castani accorse dalla stanza sull’uscio, tirò fuori la testa e, traendolo a sé con la mano, lo baciò sulle labbra con bulimica passione, quasi con volgarità. Quando anche lei lo vide, ebbe una reazione diversa da quell’altro. Sgranò gli occhi, si staccò dal compagno e corse dentro la stanza, sbattendo la porta. Conosceva anche lei. Conosceva e ricordava tutti. Quella donna, una bella ragazza sui trentacinque anni, era la moglie di un giovane dirigente regionale, uno dei suoi preferiti, un ragazzo colto, fantasioso e infaticabile. Uno di quelli per la cui affermazione aveva lottato, sottraendolo alla morsa fatale dei dirigenti locali con un intervento dall’alto. Perché lui odiava le consorterie provinciali. Le sopportava, perché le sapeva essenziali per il consenso, ma non poteva tollerarne il potenziale negativo, soprattutto quando tarpavano le ali di chi aveva vero talento politico e vere qualità umane. Anche in questo, la sua immagine pubblica mancava la verità, disegnandolo come un tessitore di filiere di potere, quando invece nessuno come lui aveva squarciato quelle filiere per far spazio al talento. E adesso cosa gli toccava vedere! Proprio la moglie di uno di quei talenti insieme a un raccomandatuccio da due soldi, iscritto al partito solo per interesse, un uomo che immaginava intimamente corrotto. Con la mente, lo vide alla guida della sua auto aziendale, linda e profumata, mentre rientrava dalla visita a un fornitore con in tasca i trenta denari necessari alla commessa o nel bagagliaio qualche generoso cadeau. Perché mai quella donna, sposata a un uomo giovane e brillante, aveva patito il fascino volgare di quel volgare omuncolo? La sua mente ormai galoppava, mentre scendeva i gradini dell’hotel verso il piano terra. Perché non amava un marito intelligente e generoso, che chino sulla sua scrivania o gestendo interminabili riunioni, un passo alla volta, provava a cambiare le cose? E perché amava invece il benessere opaco e inorganico di quel pezzo di legno abbronzato che senza il Partito avrebbe passato la vita in zoccoli e bermuda, vivendo di espedienti? Prima che la cosa lo mandasse del tutto in bestia – stava già pensando di abusare del suo potere per farlo licenziare – una sorta di meccanismo interno si attivò in lui. Era la sua famosa smargiasseria, che i più interpretavano come pura esibizione di arroganza e di presunzione, e che invece operava in lui come un agente equilibrante, come un tranquillante naturale. “Avrà il cazzo più grosso e alla puttana piacciono i cazzi grossi”, pensò, liberandosi così di quel fastidio e provando – ormai era già seduto al tavolo della colazione – a ritrovare la calma e soprattutto la concentrazione.  Il sapore di ruggine era aumentato.

Al tavolo della colazione ordinò un caffè macchiato e si fece portare due fette biscottate con della marmellata alla fragola. La prima colazione era il pasto che gli piaceva meno e sicuramente il più parco della sua giornata abituale. Se avesse potuto, avrebbe ordinato una salsiccia cruda e un litro di vino, essendo la sua proverbiale golosità più orientata verso le pietanze sapide e grasse, piuttosto che verso i dolci. Mentre spalmava la confettura, mentre sorseggiava il caffè, mentre si puliva le labbra con il tovagliolo, continuava a leggere l’inserto al suo discorso tratteggiato a penna poco prima. La donna che aveva dormito con lui – Linda, ecco, si chiamava Linda! – apparve in sala quando lui aveva finito di mangiare e stava fumando una sigaretta al mentolo, mentre continuava a tenere lo sguardo sui suoi incartamenti e su quelle parole. Lei fece finta di non vederlo, sedé a un tavolo distante dal suo e attese l’arrivo del cameriere. Aveva gli occhi stanchi e occhiaie profonde, ma conservava un aspetto gradevole, forse perfino più attraente di quello, quasi inorganico, di cui aveva dato mostra la sera precedente. Prima ancora che facesse la sua  ordinazione fu raggiunta da un’altra donna, diversa da lei per quanto riguarda i singoli tratti. Questa era bionda, aveva capelli sottili e lisci, era di poco più bassa e meno formosa. Eppure le pose del volto, i movimenti degli occhi, la gestualità delle mani e in genere del corpo e soprattutto la voce le rendeva simili, come appartenenti a un medesimo sottoinsieme umano e anzitutto donnesco. 

All’arrivo della seconda donna seguì di qualche minuto quello di Gianni. Indossava praticamente la sua stessa tenuta. Stesso colore dell’abito. Stessi occhiali. Stessa camicia bianca. Stessa cravatta. Una sorta di uniforme che senza imposizione si era diffusa tra moltissimi militanti e quadri. Ma tra i massimi dirigenti, ognuno aveva tenuto a mantenere il proprio stile, tranne Gianni. Entrando nella sala gettò uno sguardo goffamente affettuoso alla donna bionda. Sembrava quasi sul punto di indirizzarle un bacio, aveva già addensato le labbra in un grumo, ma infine aveva lasciato la bocca così, senza farla schioccare. 

Lui lo guardò entrare osservandolo freddamente con gli occhi piccoli dietro le spesse lenti. Gianni si era seduto al suo fianco, senza aspettare aveva chiamato il cameriere con un battito di mani e aveva ordinato un cappuccino, due croissant alla crema e una spremuta di arancia. Provò a rivolgere a lui un obliquo sorriso d’intesa mascolina, facendo scuotere il capo di pochi centimetri in direzione del tavolo delle due donne, ma non ricevendo alcun riscontro incoraggiante, si rimangiò quella smorfia e attese in silenzio che gli fosse servita la colazione. 

Guardava Gianni con la solita, serena curiosità. Era un uomo debole – come lui, d’altronde, ma in modo meno timido, meno pudico – ma a quella debolezza, a quella guasconeria si accompagnava un’intelligenza sottile, un fiuto raro, una naturale vocazione alla tattica e insieme una grande abnegazione. Ne avrebbe voluto uno a ogni angolo di strada, un’Italia in cui ogni isolato ha il suo Gianni, che consuma pasti abbondanti, che offre da bere nei bar, che piroetta nelle sale da ballo, che parla con tutti e di tutto, per poi indirizzare le opinioni, le credenze, il consenso dove andavano indirizzati. Ma ne aveva poche di persone così, lo sapeva, vedeva benissimo dove il Partito si stava infilando. E sperava di mantenere il controllo della situazione abbastanza a lungo da impedire un epilogo drammatico per il Partito stesso, e per il paese. 

«Ieri ha fischiato il vento…», bofonchiò Gianni masticando un boccone di croissant inzuppato.

«Ecco. Cerchiamo di non far infuriare la bufera», rispose lui, porgendogli i fogli della relazione.

Gianni lesse il passaggio interpolato a mano. Si massaggiava la fronte con l’indice, il medio e l’anulare della mano destra. 

«Ma sei sicuro? La base è con noi come non mai. Perché vuoi tornare indietro rispetto…»

«Sono sicuro», disse lui ficcandogli gli occhi negli occhi.

«Preparati un’alternativa. Almeno questo. Sono sicuro che quando salirai sul palco avrai voglia di dire altre cose».

Claudio entrò nella stanza in quel momento. Al solito elegante e composto, con i capelli appena arruffati e lo sguardo intelligente e triste. Non indossava la tenuta, la sua camicia era celeste, la cravatta nera e sottile, l’abito più affilato. Era di un’altra pasta, Claudio, nel bene e nel male. Era più colto, più raffinato, più sofisticato. Più giovane. Ma nel contempo mancava completamente del naso da maiale da tartufo che avevano lui, Gianni e altri dirigenti. Di Claudio ne bastava uno. E lui era l’unico a difenderlo e ‘coprirlo’. Tutti gli altri lo odiavano, ne odiavano l’indipendenza, non sopportavano i suoi rapporti con il mondo della cultura, era loro indigeribile l’ampio spazio di libertà e di autonomia che gli veniva concesso. E poi non ne sopportavano la bellezza, il fascino e la giovinezza. Lui però lo riteneva indispensabile. Era un cervello altro, fuori dal contesto, un forestiero algido e meticoloso, di cui lui aveva bisogno, di cui il Partito aveva bisogno.  

Sedette con loro, chiamò il cameriere con un impercettibile segno della mano e ordinò tè nero e pane con burro. 

«Faglielo leggere», disse subito Gianni, e lui porse a Claudio quel primo di molti fogli.

Claudio corrugò la fronte, lesse mantenendo il capo inclinato e solo alla fine della breve consultazione distese le labbra in uno smilzo sorriso. Infine, si mise a fischiettare, salvo poi interrompersi bruscamente. Lui non sopportava che si fischiasse in sua presenza. Non per etichetta, no. Più semplicemente, perché non aveva mai imparato a fischiare. 

«Hai ragione. Va bene così», disse Claudio, intercettando con soddisfatta perfidia lo sguardo infastidito di Gianni. «È il dilemma di Tucidide, ed è sempre meglio risolverlo così. Oggi noi ci espandiamo, loro si contraggono. Tanti dei loro stanno iniziando a guardare con interesse a quello che stiamo facendo». 

«Napolitano e compagnia non si piglieranno mai il partito…». Gianni lo aveva interrotto semplicemente per interromperlo, perché non poteva impedirselo, perché lo odiava. Ma Claudio non raccolse. Gli rispose algidamente, senza nemmeno guardarlo.

«Ma ne stanno incrinando la corazza. Non avrebbe senso lanciare un grido di guerra oggi. Lasciamo la palla a loro». 

«Bene. È deciso. Vado a concentrarmi qualche minuto. Ci vediamo alla fiera», disse allora lui alzandosi di scatto dalla sedia. 

Si accese un’altra sigaretta e, con i fogli della relazione stretti nella mano sinistra, si avviò a grandi passi verso la piccola sala riunioni che l’hotel gli aveva riservato. Sedutosi su una delle poltrone iniziò a rileggere il testo. Come prima cosa decise di inserire la modifica in un altro punto del discorso, più in basso. Gianni in fondo non aveva tutti i torti, non aveva senso smontare fin da subito gli entusiasmi dei delegati. Prima avrebbe fatto i saluti di rito, avrebbe parlato della situazione internazionale, delle elezioni europee, avrebbe tirato una stoccata ai Repubblicani, avrebbe parlato del Concordato e difeso don Baget Bozzo. C’era la questione della P2, le dimissioni di tre ministri, ed era questione da affrontare con delicatezza, attaccando il malcostume dei trapelamenti alla stampa e della pubblica gogna, ma nel contempo dichiarandosi affamati di verità. Solo dopo tutto questo, e prima di rivendicare quanto il Partito e lui stesso stavano facendo, poteva inserire quel passaggio. Lo lesse di nuovo e lo trascrisse nel punto giusto, modificandolo un po’: 

Mi dispiace, mi dispiace davvero, dovermi dissociare dalla reazione di compagni che so essere stati mossi dalla sola passione e dal solo essere pienamente persuasi di quello che stiamo facendo. Ma come riformisti, come come veri riformisti, noi non anteponiamo mai le ragioni della politica, o del partito, a quelle dell’umanità. E quando degli  esseri umani, per di più dei galantuomini, entrano nella nostra casa come ospiti, noi dobbiamo e dovremo sempre accoglierli come tali, anche se non soprattutto quando dissentiamo radicalmente dal loro pensiero e dal loro operare politico.

Fatta questa modifica rilesse l’intero discorso a voce alta, e con la penna segnò alcuni passaggi del testo, per inserire alcune pause e per sottolineare le parole cui avrebbe voluto dare maggiore enfasi.

Vennero a bussare alla porta della saletta. Era ora di andare. Raccolse di nuovo i fogli e si approssimò alla porta d’uscita dell’hotel. 

Non c’erano giornalisti né telecamere, probabilmente li avrebbe trovati arrivando alla Fiera. Prima di salire sul sedile posteriore dell’auto, si guardò comunque intorno, ciò che faceva sempre per una sorta di riflesso incondizionato. Era come se un antico richiamo gli imponesse di guardarsi le spalle, come se gli anni della guerra, che erano poi gli anni della sua infanzia, gli avessero lasciato questo piccolo lascito comportamentale. Con la coda dell’occhio vide di nuovo i due. L’uomo, l’agente di commercio, aveva appena accostato con la sua auto aziendale linda e profumata e la donna stava salendo sul sedile anteriore. Lui era probabilmente un invitato, era del tutto improbabile che il Partito fosse caduto così in basso da avere in lui il delegato di una federazione. Probabilmente aveva ottenuto l’invito per vedersi con la donna che con ogni possibilità accompagnava il marito – lui invece sì, certamente un delegato, lo ricordava con esattezza. Ma perché lei aveva dormito lì? Dov’era il marito? Aveva fatto nottata in qualche riunione? Si agitò nuovo e questa volta la soluzione del “cazzo grosso”, che pure si ripeté come un mantra consolatorio, non bastò a calmarlo. Rifletteva in modo convulso e il sapore di ruggine nella bocca era diventato insopportabile. Per un verso, si era rinnovato il suo disgusto, un disgusto antico, ctonio, per l’immagine dei due insieme e per l’altro, il suo cervello aveva attivato i suoi meccanismi di anticipazione di un pericolo, e dalla congettura della riunione svolta nottetempo dal dirigente regionale era passato al timore che qualcosa potesse andare storto, che nella notte che lui aveva passato insieme a… aveva dimenticato di nuovo il nome della ragazza… insieme a Linda, ecco, Linda, si fossero svolte decine di riunioni come quella (che pure lui stava solo immaginando) e che durante quell’ultima giornata di congresso avrebbe potuto avere delle sorprese. Ad ogni modo, decise di risolvere a modo suo almeno il primo dilemma. Dalla valigetta che trovò sul sedile dell’auto estrasse una cartella che conteneva una lista di nomi per la futura direzione nazionale del Partito. Scorse rapidamente la lista, cercò un nome che potesse cassare e infine infierì su un uomo di Gianni. Al suo posto, mise il nome del marito della donna. 

Quando arrivò alla Fiera, erano lì. La scorta scese dall’altra automobile e gli fece capannello intorno. Alcuni dirigenti del Partito lo aspettavano all’ingresso. Ma loro erano lì, con le grandi cineprese appoggiate sulle spalle, con i microfoni enormi, con i registratori e i taccuini. E le domande vertevano su un solo tema. Non sulla P2, non sulle dimissioni dei ministri, non sulla polemica per la lentezza e l’oziosità dei lavori parlamentari. No. Solo su un tema. Sul giorno precedente, sull’ingresso del rivale e della sua delegazione, sulle grida, sui fischi. A tutte le domande rispose con un semplice sorriso, ma come sempre in pochi secondi la fronte gli si imperlò di sudore, il fiato gli si fece corto, il cuore accelerò. Stretto tra la scorta, i giornalisti, i dirigenti, finì per infilare l’ingresso di profilo, come se entrasse in un’automobile. Quando fu nell’atrio d’ingresso finalmente poté rilassarsi, salutò Tognoli, il sindaco di Milano, che avrebbe presieduto i lavori del congresso,  e accese una sigaretta.

«Carlo», rivolto a Tognoli, «abbiamo una stanza dove riunirci dieci minuti?»

Carlo parlò all’orecchio di una delle ragazze che facevano servizio di accoglienza e poi rispose.

«Ce la preparano subito»

«Tutto bene, sì? Nessuna sorpresa?»

«No che io sappia no. C’è stata un po’ di maretta ieri, con un gruppo abbastanza nutrito di compagni a cui c’era da far digerire queste novità che introduciamo, ma se li è lavorati il Riccardo, c’ha fatto notte e mi ha detto che è tutto rientrato».

«Riccardo chi?»

«Il Panelli, è un ragazzo che vale tanto quello. Se non te lo porti in parlamento io lo farei assessore domani».

Riccardo Panelli. Il marito della donna dell’hotel. Come talvolta accadeva, sorprendendo lui per primo, e in parte inquietandolo, la sua immaginazione aveva visto giusto. Lui, ‘il Riccardo’, come l’aveva chiamato Tognoli che non riusciva a liberarsi di certi forme idiomatiche milanesi, aveva passato la notte a lavorare, a sostenere quel decisivo processo di innovazione del Partito che non era facile da far accettare a tutti. Aveva visto un incendio e si era adoperato per spegnerlo, con generosità, fantasia, attenzione ai dettagli. E la moglie, nelle stesse ore, con egoismo, banalità, sciatteria, aveva lavorato sul cazzo, sul grosso cazzo di quella piccola testa di cazzo che non valeva nulla e che adesso aveva una gran voglia di rispedire per direttissima al suo destino, ad una vita di espedienti in zoccoli e bermuda. 

«Beh vedremo. Trovami Gianni, Claudio e Paolo. E vieni anche tu. Dobbiamo parlare di un paio di cose».

«C’è qualche novità?»

«No, appunto. E non voglio che ce ne siano». 

Tognoli partì alla ricerca degli altri, mentre lui seguiva la hostess che lo guidava verso la saletta.

Quando l’ebbe raggiunta rimase solo per qualche minuto. Si accese un’altra sigaretta e, ormai più per compulsione che per un vero intendimento, lesse nuovamente la relazione, in particolare il passaggio che aveva modificato. 

Dalla porta socchiusa si affacciò una persona. Capelli neri e ricci, profonde occhiaie, addome prominente, la camicia sgualcita di chi ha dormito vestito, uno sguardo intelligente e lucido, occhi quasi identici a quelli di lui. Era Panelli, Riccardo Panelli, lo riconobbe dopo pochi istanti. 

«Segretario mi scusi, cercavo…»

«Non importa, Panelli, non importa. Si sieda un attimo».

Panelli entrò e prese posto di fronte a lui. Non era né spavaldo né intimorito. Si sedé di fronte a uno degli uomini più potenti d’Europa da vero socialista, trasmettendogli rispetto e cortesia, perfino ammirazione, ma non ossequio. 

«Voglio sapere cosa ne pensi», disse lui passandogli il foglio con l’inserto manoscritto. 

Panelli lesse un paio di volte, decifrando a fatica la contorta grafia con cui erano state vergate quelle parole. 

«Speravo che commentasse in questo modo», disse infine con un filo di voce, evidentemente affaticato.  

lui parve di intuire nell’altro la stessa tachicardia, lo stesso eccesso di sudorazione, la stessa ansietà che ormai considerava, non solo per narcisismo, i connotati dell’uomo giusto.

«Qualcuno questa mattina mi ha suggerito che forse dovrei soffiare più sul fuoco, soddisfare di più l’entusiasmo della base»

«Segretario, lei si fida del nostro partito? Io sì, con tutte le difficoltà e con tutte le piccole situazioni che possono sfuggirci di mano, io credo che la base del partito meriti la nostra fiducia. E credo che se lei le farà capire che possiamo portare avanti i nostri indirizzi senza inutili gazzarre, la base non solo capirà, ma farà un passo avanti. Se invece ha paura che la base possa tradirla, possa tradirci, allora dia retta a chi l’ha consigliata questa mattina».

«Capisco», disse lui piegando le labbra in un sottile sorriso, «bene Panelli grazie, puoi andare. Ah», s’interruppe, «verrai proposto per la direzione nazionale»

«Da chi?»

«Da me»

«Spero di poter fare un buon lavoro e di non deludere le sue aspettative. A più tardi». 

Non lo aveva nemmeno ringraziato, ma era come se lo avesse fatto all’ennesima potenza. Il colloquio con Panelli aveva posto la questione, forse addirittura l’intera ragion d’essere politica del Partito e del governo del paese, sotto una luce nuova, interessante e diversa.

Si accorse che i lavori del congresso, nel frattempo, erano iniziati. Gianni, Claudio e Paolo erano entrati nella stanza, mentre Tognoli era fuori a presiedere la sessione. Fecero un breve giro di tavolo per sincerarsi che tutto fosse sotto controllo: le modifiche allo statuto, l’accordo tra le correnti, la rassegnazione dei dirigenti più anziani. Ogni cosa era sistemata. Si poteva andare in scena. E se qualcosa fosse andata storta, à la guerre comme à la guerre.

«Bene adesso lasciatemi solo altri dieci minuti. Vengo a sedermi in platea tra pochissimo».

Rimase stordito a guardare la parete in cartongesso di fronte a sé. Si fidava o non si fidava del partito? Non lo sapeva. In certi momenti gli sembrava di governare l’organizzazione politica più ricca di storia e di talento del mondo, in altri pigliavano il sopravvento le  piccole battaglie tra correnti, le clientele di provincia, la corruttela micragnosa, i cortocircuiti con il sistema cooperativo. Prese uno dei fogli che giacevano sul tavolo di fronte a lui, lo divise a metà e con la penna scrisse di getto alcune righe, le rilesse e le fissò con una grappetta all’interno del discorso, nel punto in cui aveva inserito la modifica. Fece schioccare la bocca. Era sempre impastata, ma quel terribile sapore pareva essersene andato. Si sollevò di scatto dalla sedia, come aveva fatto al mattina nella camera d’albergo, e si avviò verso l’auditorium della Fiera di Verona. Sedé in prima fila, al centro, e ascoltò gli interventi prendendo qualche appunto. Infine venne il suo momento. Il presidente Tognoli dava la parola al Segretario del Partito, al Presidente del Consiglio dei Ministri, a Bettino Craxi. 

Salì le scalette con passo sostenuto, raggiunse il podio, salutò la platea dei delegati e degli invitati, attese qualche secondo godendosi l’acclamazione dei presenti. Poi si schiarì la voce, bevve un sorso d’acqua e iniziò a leggere. 

«Compagne e compagni del congresso, ringrazio tutti coloro che sono intervenuti e che con i loro interventi hanno alimentato il dibattito…». Le parole scorrevano, le pause funzionavano, di tanto in tanto sollevava lo sguardo e, pronunciando qualche passaggio rilevante («noi manterremo ferma la linea di difesa della pace nella sicurezza e nella esaltazione dell’indipendenza del nostro Paese»…), ficcava i propri occhi in quelli degli uditori. Seguì con meticolo il discorso scritto, facendo pochissime divagazioni. Sapeva che sarebbe arrivato il momento di scegliere. Cosa avrebbe letto? Il brano scritto al mattino oppure quello vergato in fretta e furia poco prima? E soprattutto, si fidava del suo partito, si fidava di quelle centinaia di facce, di occhi che aveva di fronte a sé, si fidava degli altri? Gli altri meritano fiducia? Possono essere incontrati? O possono solo essere guidati? 

Era arrivato alla P2: «confesso che interessano meno le promesse di carriera, l’appendice in chiave massonica del mondo delle raccomandazioni…». 

Era l’ultimo argomento prima del fatto. Lesse quelle righe con maggiore lentezza. Se avesse potuto le avrebbe fatte durare per sempre. Arrivato al penultimo periodo del paragrafo, il sudore iniziò ad aumentare, il respiro a contrarsi, il cuore a battere più velocemente. Fece una pausa e bevve un sorso d’acqua. Lo sguardo percorse l’intero arco dell’auditorium per due volte, da sinistra verso destra e poi all’inverso. Finché non si fermò su di lui, sull’omuncolo, seduto in alto. Vide la sua faccia, la sua mascella sagomata, i suoi occhi stretti e stupidi, il suo sorriso da stadio, la sua bocca che sembrava piena di filamenti di carne grigliata. Il sapore di ruggine ritornò improvviso e violentissimo. Probabilmente erano passati due, al massimo tre secondi. Ma per lui fu un’intera epoca. No, non si fidava del partito. 

Bevve un altro sorso d’acqua e lesse dal foglietto: «Mi dispiace che il congresso del Partito sia venuto meno ad un dovere di ospitalità nei confronti del segretario del partito comunista compagno Berlinguer e della delegazione comunista; però quando una norma così ben conosciuta anche da noi viene violata, il che è un fatto grave, vuol dire che avviene per una ragione grave. So bene che non ci si indirizzava ad una persona, ma alla politica che questa persona forse interpreta con maggiore tenacia di altri e non sappiamo fino a che punto convincente anche per il suo stesso partilo. Una politica che noi giudichiamo profondamente sbagliata. Se i fischi erano un segnale politico contro questa politica io non mi posso unire ad essi solo perché non so fischiare».

I delegati eruppero in un applauso assordante. Lui si lasciò avvolgere da quell’applauso, che suonava anche come il segno di un cambiamento irreversibile. Proseguì con il discorso, sapendo di essere ormai oltre il rubicone che aveva trovato sulla sua strada quella mattina, nel corridoio di un hotel di Verona, e che aveva dovuto, voluto attraversare. Mentre finiva il discorso vide Panelli seduto in seconda fila. La faccia stanca, applaudiva con mano leggera e con garbo. E prendeva qualche appunto di tanto in tanto. 

MB 19.06.2018  


[*] Tra l’11 e il 15 maggio 1984 si svolse a Verona il XLIII Congresso del Partito Socialista Italiano. Nel momento in cui la delegazione del Partito Comunista Italiano, guidata dal Segretario Enrico Berlinguer, fece ingresso nell’auditorium, molti delegati socialisti la accolse con fischi e altre esternazioni di protesta. Fischia il vento iscrive la propria narrazione nella cornice di quell’episodio, traendo però dalla sola immaginazione dell’autore la più parte dei fatti narrati, alcuni dei quali discordano deliberatamente rispetto alle cronache di quei giorni.