La crudeltà (racconto)

L’alba tardava a schiarire la livida soffitta del cielo, di quella specie di cielo o di suolo capovolto che di notte sovrasta Marghera. Così Robert, in un racconto mai pubblicato, di cui conservo un dattiloscritto originale. A Marghera, quando lo scrisse, non era mai stato. 

Alla stessa ora, ma altrove, io stavo finendo di correggere il mio primo saggio su Florens Christian Rang, alla decrittazione della cui opera avevo lavorato giorno e notte nelle ultime settimane. Elisa, che da anni non aveva più alcun contatto con noi, ricorda di aver speso i minuti di cui qui si tratta – quelli in cui, davvero, il sole, stemperato dalla sfoglia di resina dell’aria, si affacciava tardivo su Marghera – leggendo le ultime pagine del Rituale del serpente di Aby Warburg. Ricorda inoltre di aver pensato con insistenza, in quei minuti, agli anni della rivista. E in particolare a Robert. Lorenzo dormiva; Julia, distesa accanto a lui, leggeva sullo schermo del suo Ipad le prime agenzie di stampa del mattino, di tanto in tanto togliendo gli occhiali per massaggiarsi con i polpastrelli la radice indolenzita del naso. E questo è tutto quanto ho saputo di noi. Di noi allora. 

Essere qui e non esserci davvero. 

Lasciare che il muscolo si allenti. 

Dacché è stato sciolto l’incantesimo 

non c’è più un rincasare. 

Né una casa. 

[…] 

Il piccolo docile alieno ci ha visto nel sogno. 

[…] 

 L’attimo raggiante è uno scroscio d’acqua. 

L’orina di un terzo che può lasciarci soli. 

Ero seduto accanto a Giovanna, in prima fila sotto la veranda della biblioteca. Era l’ultima volta che assistevo a una lettura di Robert. Ed è stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce. Non ricordo che questi pochi versi raffazzonati – di cui non capisco nulla. 

Giovanna mi chiama alle sei del mattino. Mi racconta della sua giornata. Deve farsi la pulizia dei denti. Un suo studente ha lasciato la scuola e lei vuole parlare con la nonna, con cui a quanto pare vive il ragazzo. Stasera vuole cucinare pollo al vino e mi chiede di cenare 

a casa loro. Lili prende il telefono e mi dice che vuole dormire.  

Quando sentii che a Giovanna tremava la voce, non ebbi bisogno d’altro. Tra tutti, ero forse 

quello che più doveva aspettarsi quella telefonata. Solo una cosa lasciò in me l’ombra di un 

interrogativo. Marghera. 

Io sono nella mia vita. Tu, nella letteratura. E mentre tu introduci conferenze e dibattiti, parli al telefono  con il caporedattore mangiandoti le unghie e grattandoti il capo e ceni a vino e formaggio seduta sul parquet – e ti contempli! – ascoltando Bach o Janis Joplin, io devo impedire alla perfidia di giungere sino al dentro – che conosci. Al cordone ombelicale. Al fossile dei miei antenati che conservo nel rovescio della pelle.

Dacché ho saputo che anche Elisa, da qualche mese, si è trasferita a Friedrichshain, e per di più a pochi isolati da casa mia, ci vediamo con regolarità. Quando Joachim non è in città, mi capita spesso di fermarmi a dormire a casa sua. Sono certo che ospitare una checca nel suo letto non le dispiace. Su una mensola del corridoio ho trovato un foglio strappato con queste parole. La grafia è quella di Robert. E il parquet è sotto i miei piedi. 

Quella di Robert Colombo è un’opera che disprezza programmaticamente la spontaneità. È un lavoro costruito a tavolino, da un bravo artista che conosce l’importanza del saper fingere. Il modo in cui lavora con la lingua non ha niente a che fare con le tradizioni – e le attuali eccellenze – della lirica tedesca. Questo dipende in parte dalle sue origini, che non sono tedesche, e in parte dalle sue qualità di artigiano della parola. 

Giovanna mi dice al telefono – la sua voce non è mai tornata quella di prima – che questo brano, tratto dalla recensione di uno sconosciuto all’ultima raccolta di Robert, è l’ultima cosa da lui annotata sul suo diario. 

And so it is just like you said it should be we’ll both forget the breeze most of the time. 

L’ultima serata. Due anni fa in Bergmannstrasse, a casa di Lorenzo. Avevamo mangiato pollo tandori e insalata di spinaci. Giovanna aveva portato una dama di vino italiano speditole dai suoi genitori. Dopocena Lorenzo, che aveva già bevuto a sufficienza, prese a suonare la chitarra, mentre Joachim sedé al piano. Lili, che allora aveva tre anni, si era già addormentata in braccio a me e io le carezzavo i capelli. Julia e Giovanna giocavano a scacchi. 

All’inizio cantava solo Robert, con un filo di voce. Poi, per istinto, si formò un coro. I can’t take my eyes off you.

Durò un minuto. Un minuto di perfetta felicità, cui seguì un silenzio altrettanto perfetto che Joachim ruppe con una delle sue ballate ungheresi. Poco dopo, Julia dichiarò lo scacco matto, Giovanna, Lili e Robert se ne andarono e tutti gli altri si addormentarono qua e là.

Solo io e Lorenzo tirammo a far tardi con la musica e la politica. Alle cinque del mattino raggiunsi il posto sul divano accanto a Joachim, mi appoggiai alle sue ampie spalle e mi addormentai. Mentre mi assopivo, sentii vagamente il telefono squillare. Lorenzo rispose, ma non udii che cosa disse. All’altro capo, come ora so, c’era Robert. Di cosa abbiano parlato, però, Lorenzo non vuole raccontarlo.

La pioggia scendeva grave e fitta sulle loro spalle. Le loro camicie erano zuppe e odoravano di fumo, asfalto e carne grigliata. A pochi metri dall’uscita del ristorante, si abbracciarono compostamente come era loro consuetudine. La mano di Elena descrisse una lieve carezza sul suo collo. E quello fu certo per lui una specie di segnale. Anche la sua mano, allora, si mosse a carezzarle il volto, rispondendo così affermativamente, con quel gesto, al suo primo indugiare sul confine del da farsi. Con naturalezza, allora, per quanto i loro cuori battessero all’impazzata, le labbra si incontrarono in un bacio e la pioggia di Trieste lo consegnò per sempre al canone immaginale dell’esser divenuti amanti. Non era perfetto trovarsi uniti in un bacio come quello, al centro di una città dal nome così stregonesco – T r i e s t e – e sotto una raffica di pioggia grigia e spessa? Era incredibile. Il protagonista di quella scena non era un attore della nouvelle vague, né il personaggio di un romanzo di Marguerite Duras o di una poesia di Prévert. Era lui.

Lavoro all’archiviazione degli inediti di Robert. Ci lavoriamo tutti. Ci sono tanti frammenti narrativi, come questo. Oggi abbiamo lavorato a casa di Giovanna, con Elisa e Lorenzo. Ho la sensazione che entrambi, a un certo punto del lavoro, e precisamente quando leggevamo 

questo brano, abbiano cercato di fare in modo che io lasciassi la stanza. Cosa che ho fatto quando Lili, gridando da camera sua, mi ha chiesto di leggerle Lili e il bello del buio, una favola che ho scritto per lei quando ha compiuto due anni. Quando sono rientrato, Elisa emLorenzo erano passati a un altro faldone di scritti, tra cui si distingueva un bellissimo saggio sul concetto di grazia nell’estetica antica. 

Erano i primi di novembre. Da qualche settimana Robert aveva lasciato il posto all’università e, con l’aiuto del suocero, aveva trovato un impiego nell’ufficio delle risorse umane di un grande istituto bancario. Piccoli fiocchi di neve gelata volteggiavano nel turbine del vento. Il buio si era già mangiato la città. Noi bevevamo tè verde seduti su comode sedie imbottite. Sul tavolo le solite carte: poesie di Robert, il terribile capitolo quattro di un mio romanzo che non ho mai finito di mettere in ordine, i miei appunti su Florens Christian Rang. Non parlavamo granché. Ogni minuto sembrava buono per andarcene. Ma proprio quando arrivava il momento di farlo, Robert diceva qualcosa. Come se volesse restare con me – con qualcuno – per sempre. Finimmo per cenarci, in quella bella e squallida cantina di Kurfürstenstrasse. Zuppa di carne e un vin de sable della Camargue – ne bevemmo tre bottiglie. Nel mezzo di un discorso che non c’entrava nulla, 

Robert disse: si scrive per costruire tombe. Gli dissi che ero d’accordo, e attaccai con Foscolo e Celan. Lui mi interruppe allora con un gesto della mano. Stava per dirmi qualcosa che, a giudicare dal suo sguardo, doveva essere di grande importanza – forse il motivo per cui mi aveva trattenuto fino a quell’ora. Ma l’arrivo di Joachim, che avevo invitato a raggiungerci per telefono, lo interruppe. Joachim bevve e parlò molto. Raccontò della Korea, dove era stato poco prima per un sopralluogo in un sito archeologico. Robert fingeva interesse. A me fischiavano le orecchie e le mani sembravano non essere attaccate al mio corpo. 

Il coraggio dovrebbe essere il sentimento fondamentale per ogni scrittore. Nel mio caso, invece, a generare l’intenzione di scrivere sono altri sentimenti: la paura, l’orgoglio, l’invidia. Di questi tempi, non è certo un’anomalia. Non essendoci più vero entusiasmo per il melo in fiore, né vero terrore per i discorsi dell’imbianchino, finiamo per diventare noi stessi l’oggetto-feticcio di ogni nostro sentimento universale. E alla fine il risultato è quasi sempre un disastro. 

Così Robert a margine del dattiloscritto del suo saggio su Ernest Hemingway. Elisa insiste nel dire che qui non stava parlando di sé, che si tratta di appunti per un racconto. Io le faccio notare che l’inchiostro è lo stesso di quello delle altre correzioni. Il brano, aggiungo, è in sintonia con il passaggio a cui si affianca. Lei si accende una sigaretta, prova a dire qualcosa poi sbatte la porta ed esce. Dalla finestra, la vediamo entrare nella cantina di fronte e ordinare un liquore. Lorenzo riempie due tazze di tè, ormai tiepido, e dice che sarebbe meglio lavorare noi due soli. Penso che abbia ragione, ma non dico niente. Sento di essere in collera con lui. 

L’ultima riunione. Elisa contro tutti. E in particolare contro Robert. Ma tutti eravamo in disaccordo con lei, con il progetto di un istant issue su letteratura e engagement, con la sua ossessione di trasformare la rivista in un feuilleton radicale degli anni Settanta. Lei voleva fare il numero e voleva esserne l’unica curatrice. E noi già vedevamo pagine e pagine di accuse sommarie di qualunquismo rivolte a tutti gli scrittori viventi. Elisa mise la sua posizione di redattrice e finanziatrice sul piatto. E il tavolo saltò. Lì per lì parve un nulla di fatto. Ma la rivista morì quel giorno. Robert disse che le avrebbe scritto e l’avrebbe riavvicinata a noi. Invece non la rivedemmo più per anni. Seppi che aveva ottenuto una borsa di studio in Sassonia. E sino al funerale di Robert ho sempre creduto che si fosse trasferita definitivamente là. 

«Una volta da bambino ho riempito mia sorella di botte. Non sapevo perché lo facevo e non saprei dirlo adesso. Ma non si trattò di una semplice scaramuccia tra fratelli. Non avevamo nemmeno bisticciato. Eravamo al mare, in Italia, in una pensione da due soldi. 

Riposavamo nei nostri lettini. Erano le due del pomeriggio. Di punto in bianco iniziai a darle pugni in faccia e calci nella pancia. Poi la chiusi a chiave nella nostra camera e la lasciai lì a piangere. Andai di sopra, nella stanza dei nonni, e mi feci la doccia con calma. Quando rientrai e le riaprii la porta lei non ebbe alcuna reazione. Allora, dandole le spalle, con il volto rivolto al vetro della finestra, le spiegai che qualche volta mi succedeva, che avevo bisogno di fare del male. Ed era vero. Poche settimane prima, a casa, avevo scaraventato il gatto contro tutti i mobili del soggiorno, smettendo solo dopo averlo visto starnutire sangue dal naso. Ma non mi era mai successo di farlo a un essere umano. E non mi successe mai più. Ma il fatto è che, pur senza menare le mani, non ho mai perso quel bisogno improvviso di fare del male. Lo faccio a Giovanna, spesso, senza motivo. La torturo con le peggiori ossessioni. E lo faccio anche a Lili. E tutto quello che voglio è vederle soffrire». Così Robert, con la sua voce, su di un nastro registrato che abbiamo trovato in un cassetto della sua scrivania. Lo ascoltiamo un’altra volta. E una terza. Io e Lorenzo ci guardiamo negli occhi senza dir nulla. Elisa fuma convulsamente. Giovanna arriva con il tè. Le facciamo sentire il nastro e, finalmente, vediamo (cazzo!) qualcuno che piange.

Dopocena, Joachim porta Lili a letto e le legge una storia. Io e Giovanna sparecchiamo e laviamo i piatti. Poi ci sediamo intorno al tavolo. Fumiamo e beviamo cognac. Parliamo di Robert. Qualche ricordo datato. «Il peggio è cominciato con il nuovo lavoro», mi dice a un certo punto, facendosi seria dopo che avevamo riso di un aneddoto risalente agli anni dell’università. «Io credevo che gli piacesse», le rispondo. Ricordo in effetti che in più di 

un’occasione mi aveva detto di essere contento di aver lasciato l’università. «Tutte cazzate. L’ha fatto per suo padre e per noi. Per non aver più debiti e per non sentirsi dire di continuo che cos’è un vero uomo. Ricordo che una mattina, proprio quando stava per decidere di accettare il posto, mi svegliò molto presto e mi disse che non aveva dormito granché. Gliene chiesi il motivo e mi disse, letteralmente e con la sua speciale brutalità, che all’idea di abbandonare la ricerca gli veniva voglia di buttarsi dalla finestra. “Perché mi dici questa cosa? Per farmi sentire in colpa?”. “No, rispose, perché se mi troverete spalmato sul marciapiede voglio che tu ne sappia il motivo. Al momento la parte di me che è tutta indaffarata in cose letterarie ha un ruolo decisivo nel fatto che mi piaccia essere vivo. Ed è quella che addolcisce tutte le altre. Se quella viene meno non so se saprò costruirmi un altro sistema della felicità”». La prima cosa che penso è che mi preoccupa il fatto che Giovanna ricordi molti discorsi di Robert a memoria. Poi rifletto su quello che mi ha raccontato e penso a come Robert sapesse essere straordinariamente crudele. Nessuna frase quanto quella – mi viene voglia di buttarmi dalla finestra – poteva ferire Giovanna, metterla all’angolo fra il suo legittimo desiderio di una vita più sostenibile, per loro e per Lili, e il desiderio di proteggere Robert da tutto ciò che poteva nuocergli, cosa in cui non era mai stata meno che perfetta. Glielo dico: «non sei mai stata meno che perfetta nel proteggerlo». 

Poi aggiungo una frase patetica: «ma non potevi proteggerlo da se stesso». «E allora da cos’altro potevo proteggerlo?». Joachim ci raggiunge in quel momento. Siede e si serve da bere. Ha sentito quello che ha detto Giovanna, e rincara: «Cazzo! Tu dovevi proteggerti da lui. E lo devi fare ancora». Penso che sia stato molto indelicato. Che non avrebbe dovuto. E che abbia detto la verità. 

«Non ho mai smesso di vedere Robert». Così Elisa, seduta accanto a me sugli scalini della  Biblioteca. «Negli ultimi tre anni ci siamo visti almeno una volta al mese. In ogni angolo dell’Europa – ride – una volta persino a Boston, durante un convegno su William Faulkner». Le chiedo direttamente da quanto erano divenuti amanti. «Da quella sera a casa tua, poco prima che la rivista saltasse. Era già tardi e tu andasti a pisciare. Mentre eri al cesso, ci baciammo per la prima volta». L’orina di un terzo che può lasciarci soli

Parlo a Lorenzo del nuovo lavoro di Robert. «Non avrebbe dovuto lasciare la ricerca. L’ho dissuaso dal farlo più e più volte. Ma ormai Giovanna gli aveva fatto il lavaggio del cervello». Sono molto stupito dalla disinvoltura con cui accusa Giovanna di averlo indotto a quel cambiamento, se non addirittura di essere la causa della sua fine. Prendo vigorosamente le sue difese e Lorenzo mi invita a calmarmi: «non ho detto e non penso assolutamente che il nuovo lavoro abbia a che fare con quello che è successo. E soprattutto non penso che quella di Robert sia stata, diciamo così, una reazione. È stata semmai la conseguenza di un suo pensiero o di un suo calcolo, come ogni cosa che ha fatto in vita sua. E poi, forse, c’è dell’altro». Sono certo che alluda a Elisa. Che ne sappia almeno quanto me. Ma non dico niente. 

Robert era una pippa a giocare a tennis. In dieci anni non credo mi abbia mai strappato un set. Era completamente privo di aggressività e di slancio. Tutto il suo gioco era affidato alla grazia con cui riusciva a colpire la pallina e a darle un effetto. Bastava farlo correre un po’ per metterlo fuori combattimento. Una volta, negli spogliatoi della palestra, mi disse che il tennis era una delle cose più importanti della sua vita. Io gli risi in faccia, pienamente convinto che si trattasse di una facezia ironica. E lui stette al gioco. Oggi però, dopo aver giocato con un mio conoscente con cui ho degnamente sostituito Robert – un ragazzo di 26 anni con cui non vinco mai –, mi sono improvvisamente reso conto di quanto fossero serie le sue parole. Non che davvero investisse nel tennis chissà cosa. Ma in quei novanta minuti era come se entrambi – e lui soprattutto – atterrassimo di nuovo sul pianeta terra, lasciandoci alle spalle poesie, mezzi romanzi, filologi pazzoidi, delicatezze assortite, vulnerabilità e patetismi. Non dirò qualcosa di idiota del tipo: ‘c’eravamo solo noi, la racchetta, la pallina e il sudore’. Non sarebbe vero. Al contrario: c’era la nostra intelligenza, la nostra concentrazione, i nostri sentimenti e perfino la nostra amicizia. Tutto in ballo. Ma lì, malgrado il rallentamento e il progressivo accumularsi degli acciacchi, eravamo ancora due ventenni privi di scrupoli, indelicati e concupiscenti. Quante e quali cose avremmo discusso, e scritto e condiviso se l’avessimo fatto con lo spirito con cui giocavamo a tennis, con il diritto di competere, e di vincere, e di essere crudeli, quel diritto che solo il gioco e l’amicizia a vent’anni ti concedono. 

«Lo so perché si è ucciso a Marghera», mi dice Elisa al telefono. «È lì che ci siamo, diciamo, incontrati la prima volta. Mi ci trovavo per intervistare alcuni rappresentanti sindacali, sai per quell’inchiesta. Robert mi aveva raggiunto con la scusa di alcune ricerche alla Nazionale di Firenze. Ancora non posso credere che sia voluto tornare proprio lì per togliersi dai piedi. Capisci cosa significa per me? È un messaggio, cazzo, l’ultimo dei suoi merdosi messaggi». «Sono certo che c’ dell’altro», le dico, ma non so cosa aggiungere. Eppure è così: sono certo che c’è dell’altro. C’è il lavoro e il padre e la stirpe vilipesa e offesa. Ci sono le tombe. E c’è il tennis. 

mb 25.07.2012